Simone Cristicchi: “La cura per il prossimo è la base del cambiamento”

L’attenzione per il sociale è un filo rosso nella produzione artistica di Simone Cristicchi. Musica, teatro, letteratura, l’artista romano affronta un viaggio continuo nella convinzione che interprete e ascoltatore possano spesso vibrare sulla stessa frequenza. E in quella frequenza si costruisce un percorso comune, fatto di introspezione, di ricerca di se stessi e dei cardini della felicità.

Simone Cristicchi, partiamo dal tuo libro “Happy Next. Alla ricerca della felicità”. Nel percorso per parole che delinei ci sono anche i termini “attenzione, cambiamento, noi”. Sono una sorta di mappa sociale dei nostri giorni?

“Sono tre di sette parole che ho scelto come una sorta di impalcatura, che tiene in piedi la parola felicità, così fragile e così delicata. Sono tre parole molto pesanti e sono in grado di sostenerla. In particolare l’attenzione, che è alla base di qualsiasi minimo cambiamento”.

Qual è il significato che attribuisce Simone Cristicchi a questa parola?

“Ne ha tantissimi, anche semplicemente sul dizionario. Uno di questi è “volgere l’animo verso qualcosa”. Quindi non è lo stare attenti che sentivamo a scuola, quando porgevamo l’udito e la vista a ciò che ci veniva detto. Qui si intende porgere l’animo, uscire da se stessi e proiettarsi fuori dal proprio ego. È la mia anima che va verso qualcosa di esterno a me”.

In questa attenzione c’è il fondamento di una comunità?

“L’attenzione è qualcosa di vitale in questo momento, dove tutto è invece giocato sulla nostra distrazione e disattenzione. L’attenzione è sinonimo di cura: ho scritto una canzone che si intitola “Abbi cura di me”, perché avere cura anche solo di una persona nella nostra vita la rende degna di essere vissuta. Anche la cura del pianeta, dell’ambiente dove viviamo, del nostro piccolo raggio di azione: sono cose che ci rendono sicuramente consapevoli della nostra responsabilità”.

La parola Noi, invece, cosa riflette?

“Il fatto che siamo tutti strettamente collegati. La parola Noi è fatta di tante attenzioni, la felicità individuale si riflette su quella collettiva. Dobbiamo prendere consapevolezza che ogni piccola azione crea il mondo e anche ogni singola parola lo fa. “In principio era il Logos”, il Vangelo secondo Giovanni comincia così. La parola riesce a modificare la realtà e la società”.

Nel tuo lavoro “Lettere dal Manicomio” parli di missive mai spedite di pazienti psichiatrici. Quale tratto comune emerge dalle loro parole?

“La loro assoluta lucidità e la padronanza di chi scriveva della grammatica e della sintassi nella scrittura di questi pensieri. Una cosa inquietante: si è portati a pensare che la lettera di un ricoverato in manicomio possa riflettere uno stato di confusione mentale; invece la maggior parte delle lettere avevano una precisione nel linguaggio che mi ha fatto pensare. Ovviamente sono cambiati i tempi ma lo stigma rimane sempre: anche una persona sana di mente e dotata di cultura poteva finire in manicomio per svariati motivi, per problemi di eredità o di sicurezza, ad esempio”.

Simone Cristicchi ha mai affidato un sogno o una confessione a una lettera in vita tua?

“Penso che la scrittura con carta e penna sia ancora piena di fascino, ancora viva. Stiamo perdendo purtroppo questa forma di scrittura, che è anche una forma di meditazione, se vogliamo dirla all’orientale. Scrivo lettere e canzoni con carta e penna. Mi riporta a un gesto antico, che mi mette davanti a uno specchio, davanti a chi sono diventato. Sarò anacronistico, ma mi piacerebbe che si tornasse a scrivere lettere e spedire cartoline. Questa estate mi ha colpito averne ricevuta una dal Cilento. È come mandare un pensiero fisico”.

L’ultima lettera che hai ricevuto, invece?

“Ogni Natale ne ricevo una scritta a mano da parte di un gruppo di suore di clausura. E quando arriva penso che quel momento di scrittura è stato dedicato completamente a me. La sorella ha scritto, si vede la sua grafia, si leggono le sue parole. Sembra quasi un regalo, un dono da parte di una persona che ha trovato la felicità proiettandosi sulla sua evoluzione personale”.

Parte il tuo tour teatrale, molto lungo e composto (tra le varie date: al Teatro Comunale di Pesaro con “Esodo”, a Castelfiorentino dal 18 novembre, ad Udine dal 28 novembre con “Paradiso – Dalle tenebre alla luce”, per poi riprendere le repliche dal 22 marzo al 3 aprile alla Sala Umberto di Roma e a Vicenza, Brescia e Rimini con “Alla ricerca della felicità”). Ha più voglia l’artista di salire sul palco o lo spettatore di ritrovare lo spettacolo?

“Penso entrambe le cose, c’è voglia di vivere un momento artistico come una grande liberazione dopo un lungo stop. Nella prima data a teatro, che considero un luogo sacro, a Forlì dopo lo stop ho sentito un applauso all’apertura del sipario che mi ha travolto, interminabile. Non era solo un applauso all’artista, ma al ritorno in un luogo dove si crea una magia che è possibile solo in quello stesso momento”.

In “Paradiso – Dalle tenebre alla luce” dai il tuo contributo nell’anno dedicato a Dante Alighieri. Partendo da ciò che porti in scena, si può fare un parallelismo tra quello che la società ha vissuto e come ne sta uscendo?

“Sicuramente il periodo della pandemia, questo momento drammatico che tutti abbiamo vissuto può essere sovrapponibile al viaggio dantesco. A volte si ha la sensazione che l’umanità si sia divisa in due parti, la prima non vedeva l’ora di uscire dalla clausura forzata, l’altro 50 per cento ha cercato il proprio Paradiso. L’economista Leonardo Becchetti studia il rapporto tra l’economia e la felicità: secondo i suoi dati, durante la quarantena, tre quarti della popolazione mondiale ha avuto un miglioramento della propria vita, con la riscoperta dei valori e delle priorità. Molte persone hanno ri-catalogato tutto, è un dato illuminante. Perché nel momento in cui ci mancano i contatti umani andiamo a scavare nella nostra interiorità. È servito anche ciò che è successo”.