Il rifugio è nel piano seminterrato, dove ci sono gli archivi, vicino alla scala dell’uscita di via Ghilini. Paolo Romero, il building manager di questo Palazzo delle Poste di Alessandria, ricorda quel che gli raccontava suo padre dei bombardamenti che squassarono la città. Era nell’antiaerea, suo padre. La prima volta che varcò questa soglia ed entrò qui dentro, lui rivisse di colpo quei racconti, fermo davanti all’ingresso, una grande ruota di mezzo metro di diametro, che è poi il meccanismo per aprire la porta. Le cose parlano, ci dicono quello che facevano gli uomini al loro tempo, è come se guardassimo delle fotografie, i pantaloni che cadevano larghi sulle scarpe, i capelli imbrillantinati. Ci sono due stanze. Nella principale c’è una seconda porta che dà su un’uscita di sicurezza. All’interno c’è un sistema di filtraggio e aerazione degli ambienti. E poi, come sottolinea Paolo, c’è una cyclette che serviva proprio a far funzionare il sistema di filtraggio che andava a batterie. L’edificio era stato costruito tra il 1939 e il ’41, nei giorni in cui cominciava la guerra. Questo rifugio ce lo ricorda bene. L’architetto era Franco Petrucci, non il solito Angiolo Mazzoni. Ma Petrucci era una figura di primo piano del razionalismo, anche se la sua fama crebbe soprattutto dopo la guerra. E a primo acchito, con la facciata principale liscia e le finestre a nastro per veicolare in maniera uniforme la luce all’interno degli ambienti di lavoro, il richiamo al razionalismo appare abbastanza evidente. Il piano terra è occupato quasi interamente dalla sala al pubblico alla quale si accede attraverso due atri laterali. Ampie superfici vetrate illuminano gli spazi. Come sottolinea Paolo, “è un edificio che si inserisce nel contesto della piazza Libertà, che allora si chiamava Vittorio Emanuele II, in cui sorge”.

Un mosaico che fa storia
Eppure la sua storia era nata in salita, con pochi apprezzamenti e mille polemiche. Il podestà lo definì “l’edificio più brutto del Piemonte”, e non in pochi chiesero le immediate dimissioni del Petrucci. Venne addirittura nominato un comitato che doveva valutare il valore architettonico del progetto principale. Il comitato era composto da Marcello Piacentini, Armando Melise e dal soprintendente Vittorio Mesturina. Dopo lunghi approfondimenti e qualche retorico dibattito, si giunse alla conclusione che la soluzione migliore sarebbe stata quella di “accettare l’esperimento razionalista, come del resto era avvenuto in molte altre città d’Italia”. Ma non si limitò a questo, scegliendo alla fine un po’ salomonicamente di salvare il lavoro di Petrucci, obbligandolo però anche a intervenire con qualche ritocco. Così, consigliò l’architetto di arricchire “l’attuale facciata spoglia e povera” con strisce a mosaico, lo stemma delle Poste e la scritta “Poste e Telegrafi”, due facce in bassorilievo e un lungo nastro con citazione latina in caratteri bronzei. Insomma, non erano tutte rose e fiori. Costretto a cambiare, adesso il Palazzo razionalista di Alessandria spicca soprattutto per quel mosaico lungo 37,80 metri e alto un metro e 20, realizzato da Gino Severini, pittore di fama internazionale, tra i firmatari nel 1909 del Manifesto Futurista di Filippo Tommaso Marinetti ma anche seguace del cubismo, amico di Picasso, Modigliani e Apollinaire, chiamato a risolvere la questione dando così una mano a Petrucci. Non si limitò a collocare le migliaia di tessere colorate e scintillanti che risplendono sulla facciata. Severini, in realtà, con i suoi mosaici è un precursore della street art. E questo mosaico raffigura la storia delle comunicazioni. Le due ali laterali rappresentano i quattro continenti. La parte centrale, più lunga, rappresenta le poste. Sulla sinistra i mezzi di trasporto terrestri, marittimi e aerei, sulla destra il telegrafo. Ma Severini racconta la città moderna, i popoli, gli animali, il dinamismo e lo sviluppo meccanico dei servizi e dei trasporti, in un ideale trait d’union fra futurismo, mondo delle Poste ed echi dei mosaici bizantini.

I segni di un tempo
Ma se all’inizio fu malvisto, questo Palazzo adesso rappresenta un’opera decisamente singolare nel panorama dell’architettura italiana durante il fascismo. Al piano terra, dove ci guida Paolo, c’è l’Ufficio Postale con gli sportelli. Al primo piano la filiale Alessandria 1, al secondo la 2, e al terzo gli spazi comuni per le riunioni e gli uffici commerciali. Ma qui sono anche conservate quelle cose che raccontano il tempo che è andato. Un mucchio di cose qui dentro parlano. Come la vecchia stazione telegrafica, o l’impianto ancora perfettamente funzionante di posta pneumatica, i serramenti in legno all’interno e alluminio all’esterno, che delimitano le stanze e che danno una specie di isolamento termico. I vecchi macchinari, le vecchie centraline telegrafiche.